Protezione minori afghani

L’Albero della Vita ha iniziato un intervento di sostegno ad un gruppo di profughi afghani che vivono in condizioni precarie a Roma, nei pressi della stazione Ostiense. Per il campo transitano numerosi profughi, spesso solo alcuni mesi, per poi ripartire per altri paesi europei. L'intervento di sostegno de L'Albero della Vita è rivolto ai minori presenti nel campo.

Contesto di intervento
I profughi vivono in alcune tende in un campo di  fortuna. Arrivano in Italia dopo un viaggio lunghissimo, di circa 5.000 Km, attraversando 5 paesi. Trovano un'accoglienza che non offre reali possibilità di integrazione e vivono in una situazione di grande precarietà. Molti di loro sono minori, nel giro di un anno sono circa 200 quelli transitati in questo campo. La maggior parte ha un'età compresa tra 14 e 18 anni, sono a forte rischio di essere coinvolti in situazioni di illegalità o in percorsi di tratta o sfruttamento.

Obiettivo
Il progetto si propone di contribuire a proteggere e tutelare i profughi afghani minorenni attraverso una serie di azioni di sostegno e di denuncia pubblica delle loro condizioni di vita.

Beneficiari
Nel campo ci sono attualmente un centinaio di persone, una buona parte di questi sono minori di età compresa tra i 13 e i 17 anni e giovani dai 18 ai 25 anni. La maggior parte degli adulti ha un regolare permesso di soggiorno o la pratica di richiesta in corso per status di rifugiato. Molti non sanno l'italiano, non riescono a trovare un lavoro e non sono inseriti in nessun programma di sostegno per i rifugiati. 

Attività
L'intervento prevede un'attività di tipo informativo rivolta ai minori presenti nel campo su tematiche quali richieste di permesso di soggiorno e asilo politico, orientamento all'accoglienza, assistenza legale, accompagnamento a servizi specifici (sanitari, di polizia etc.). Per queste attività verrà utilizzata una roulotte attrezzata come base operativa per lo staff che gestisce il progetto.

Cosa puoi fare tu

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Interviste, storie, testimonianze: grazie a tanti protagonisti (operatori, volontari, donatori) possiamo essere ogni giorno vicino ai bambini.

14 | 06 | 2011 - Rahman: lo studio è la chiave del futuro

Rahman - 14 anni  - Kabul

“Mi chiamo Rahman ho 14 anni, vengo da Kabul”. Occhi attenti, voce ferma, Rahman si emoziona solo quando parla del padre ucciso da una bomba. È arrivato allo sportello de L’Albero della Vita per avere informazioni sull’Inghilterra.
“In Afghanistan vivono ancora mia madre e i miei dieci fratelli: sono stati loro a salvarmi spingendomi a partire. A Kabul ho frequentato la scuola per tre anni, l’aula era una tenda perché la maggior parte degli edifici della città erano stati distrutti. A un certo punto ho deciso che era ora di andare avanti, non volevo continuare a studiare in una tenda e ad avere un futuro incerto. Così ho viaggiato per tre mesi per raggiungere l’Italia attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia.

Per arrivare in Grecia, a Patrasso, dalla Turchia i trafficanti ci hanno fatto camminare su sentieri nei boschi. A Patrasso sono rimasto venti giorni ad aspettare una nave per l’Italia: mi nascondevo sotto i camion o nei container in partenza, ma arrivava sempre la polizia greca che mi trascinava fuori, picchiandomi. Finché un giorno ho trovato una grande macchina (un camper) e ci sono entrato sotto: nessuno se n’è accorto, così mi sono imbarcato e dopo 36 ore incastrato tra le lamiere sono arrivato al porto.

Non so bene in quale città abbia attraccato il traghetto, ma io sono rimasto attaccato al camper e quando si è fermato alla stazione di servizio sono sceso, ho cercato la stazione e fatto il biglietto per Roma: in quattro ore ero qui. Adesso vivo a Roma Ostiense e aspetto i soldi per poter ripartire. Non voglio fermarmi qui, voglio andare avanti fino in Inghilterra, dove i miei parenti mi hanno detto che avrò la possibilità di studiare. Lì potrò costruirmi un futuro”.
 

06 | 06 | 2011 - Hamed, una breve tappa e il viaggio continua

Gli operatori dello sportello informativo per i minori afgani ci raccontano la storia di Fatima

Hamed, 16 anni.
Appena arrivato allo sportello non avevamo capito il suo stato psico-fisico, il ragazzo sembrava abbastanza sereno; ma con l’aiuto del nostro mediatore, scopriamo che Hamed prima di arrivare a Roma è stato chiuso per 45 ore in una cella frigorifera nascosto in un camion nella stiva di una nave che ha attraversato il mare dalla Grecia all’Italia.

Il ragazzo è rimasto chiuso al buio, tra la frutta di un container, per quasi due giorni, facendo ginnastica per non congelare… per non morire…

Quando ci ha incontrato non si è neanche lamentato. Abbiamo immediatamente predisposto un accompagnamento al pronto soccorso per controllare il suo stato di salute.
Fortunatamente i medici ci hanno rassicurato e lo hanno fatto uscire subito. Ora è libero di affrontare il nuovo viaggio fino al nord Europa.

06 | 06 | 2011 - Fatima, giovanissima mamma in fuga

Gli operatori dello sportello informativo per i minori afgani ci raccontano la storia di Fatima

Fatima è una delle poche donne afghane incontrate durante i nostri mesi di intervento.

Ha solo 22 anni ed è all’ottavo mese di gravidanza: viaggia con il suo figlioletto di 3 anni, Ali. Per fortuna sono riusciti ad arrivare in Italia con un volo dalla Grecia.

Suo marito, al contrario, per ragioni economiche e legali ha dovuto affrontare il triste e duro destino di tutti i giovani viaggiatori afghani, costretti a nascondersi all’interno dei tir, trasportati nelle navi che partono da Patrasso (Grecia) per raggiungere i nostri porti (Bari, Brindisi, Venezia, etc).

Fatima ha progettato con suo marito di vivere una vita migliore in Germania, ma per cause contingenti si sono dovuti separare, così è sola con suo figlio quando arriva al nostro sportello.
Per fortuna nella nostra rete di solidarietà attivata dopo mesi di lavoro sul campo, riusciamo a trovare un posto sicuro per la giovane mamma e il suo bambino.

Dopo pochi giorni Fatima ci saluta e si rimette in viaggio… ha ricevuto una chiamata da parte del marito che le dice di ripartire….

A distanza di due mesi ci arrivano notizie da Fatima: è in Germania, il marito l’ha raggiunta, e il loro piccolo Amir ha visto la luce di una nuova vita…lontano da tutti i pericoli e le ingiustizie che ogni giorno i piccoli afghani subiscono nella loro terra.

14 | 05 | 2011 - Ismaeli, un viaggio continuo verso la speranza

Ismaeli - 17 anni - Kabul

Ismaeli ha 17 anni ma per tutti, in Italia, ne ha quasi venti: tre anni che fanno la differenza, permettendogli di trovare lavoro senza troppe storie.

È arrivato in Italia da Kabul guidato dalle parole del padre avvocato, morto sotto le bombe con la madre e la sorella: “Non fermarti mai davanti alle difficoltà”. Così Ismaeli ha deciso di partire: aveva nove anni.

“E ne ho fatti parecchi di compleanni in viaggio” racconta. “Sempre lavorando per guadagnarmi da vivere e poter  proseguire: in Grecia ho raccolto arance, mi pagavano in nero ma mi lasciavano dormire tutte le notti in una stanza con gli altri raccoglitori”. Da lì, l’Inghilterra: “Ci sono arrivato che avevo appena 13 anni ma ho dichiarato di averne 16, volevo imparare il prima possibile ed acquisire la mia indipendenza in fretta.

Lavoravo, ho imparato l’inglese, avevo una vita serena. Fino a cinque mesi fa, quando mi hanno comunicato che sarei stato rimpatriato a Kabul. Ormai secondo loro ero maggiorenne e la mia vita poteva anche ricominciare a Kabul”.

A Ismaeli è caduto il mondo addosso: “Non volevo tornare indietro, vivere ancora il terrore delle bombe, di essere ucciso”. Così scappa ancora una volta, direzione Francia: “Sono andato alla polizia per lasciare le mie impronte digitali e chiedere asilo, ma hanno scoperto che le avevo già in Inghilterra e mi hanno detto: «O  torni in Inghilterra o a Kabul». Ho scelto Kabul. In aereo eravamo sessanta ragazzi tra i 17 e i 20 anni, deportati nella loro terra.

Arrivato in Afghanistan mi sembrava di non essere mai partito, non riuscivo a pensare di dover stare ancora lì, con la guerra, senza un futuro. Così ho deciso di scappare ancora.

Questa volta conoscevo già la strada e parlavo bene l’inglese (cosa che ha aiutato molto).

A Roma ci sono arrivato dopo quasi due mesi di viaggio: ho chiesto asilo politico e tra poco inizierò fosse anche la scuola di italiano. Se riesco vorrei affittare una casa con un amico, per non dormire più in queste tende: ho girato il mondo e non mi sono mai ammalato, ma qui mi è venuta una malattia della pelle. La mia speranza è che la situazione possa prendere la giusta piega e io possa rimanere in Italia” conclude Ismaeli. “E costruirmi il mio futuro  onestamente”.


* Per tutelare i minori i nomi sono stati cambiati

23 | 03 | 2011 - Fabio, volontario: ho scaldato la notte degli afghani

Viviamo sempre più in una realtà ‘virtuale’, che ci viene offerta o dalla tv, o dal nostro computer. Dall’amicizie ai libri, dalla musica ai videogame, tutto questo sembra riguardare cose che non si toccano, immaginarie, quasi ‘irreali’.

Tutt’altra cosa è quando VEDI e TOCCHI le cose di cui senti parlare. Ad esempio, proprio ciò che per alcuni, è strettamente necessario per la loro sopravvivenza (coperte); le trasporti a destinazione, ed infine le scarichi sul posto, perfino sudando un pochettino.

Mi capita spesso di mandare quei SMS alle ONLUS che si vedono tante volte in TV o sulle pubblicità, quelli del tipo “Manda un SMS al numero ….…. Contribuirai con 2 euri a salvare la vita ad un bambino”. Certo, mi sforzo parecchio con il dito per pigiare i tastini del cellulare, per non parlare anche della fatica mentale a ricordarmi il numero. Senza considerare, poi, l’impegno economico profuso. Insomma, non è che mi applichi così tanto in queste occasioni.

Tutt’altra cosa è quando ricevi una email da colleghi che chiedono un’aiuto per una giustissima e importante causa. Serve qualcuno che faccia d’autista per trasportare queste coperte per bambini che non hanno praticamente nulla, ed anche al più presto, In questo caso, devi spendere forse la cosa che, al momento, almeno per me, è la più importante: il tempo.

Forse è proprio per una questione di ‘tempo’ che poi facciamo tutto di corsa, perfino l’impegno sociale. Quindi, immaginate di fare una cosa che vi piace tanto, ma che siete costretti, sempre, a farla di fretta, ed, invece, avete l’occasione di farla con tutto il tempo necessario. Cosicchè, alla fine, portato a termine il compito, vi sentirete anche stanchi e soddisfatti.

Ed è quello che mi è capitato a me.

Fa pensare che ci sono bambini che hanno semplicemente bisogno di importantissime coperte per ripararsi dal freddo della notte, e che questi bambini non è che stanno poi così tanto lontano da casa.

Così, questa volta, non è bastato un SMS, ma un impegno preciso di più persone a collaborare tra di loro per consegnare una cosa così tanto banale, come una coperta, ma così tanto vitale, a dei bambini per rendere la loro notte più confortevole. Ed a me, ha fatto veramente piacere avere la fortuna di essere uno tra questi.

20 | 12 | 2010 - Ma che colpa hanno loro

Raffaele Paquale e manuel Carassai, giornalisti, sono venuti a conoscere da vicino la situazione dei profughi afgani a Roma Ostiense e le attività de L'Albero della Vita per sostenere questi ragazzi nel loro periodo di permanenza in Italia. Dal loro incontro con questa realtà è nato un articolo per raccontare quello che hanno visto.

All'angolo tra via Marco Polo e viale Ardeatino, di fronte alla stazione Piramide, è parcheggiata una roulotte. A prima vista sembra la sistemazione precaria di un senzatetto, si tratta invece della sola ancora di salvezza per le decine di immigrati afghani che vivono in zona.

Quell'ancora ha un nome: L'Albero della Vita, una Onlus che si occupa principalmente dei diritti dei minori e che ha deciso di aprire qui uno sportello per assistere la comunità afghana.
Quella di Ostiense, infatti, è una realtà consolidata da più di dieci anni, da quando si sono intensificati i flussi migratori dall'Afghanistan verso l'Italia: considerando i nuovi arrivi giornalieri e le periodiche partenze - per lo più orientate verso Stati nord europei, primo tra tutti la Svezia che gode di politiche di accoglienza molto più favorevoli - la comunità può contare su una presenza stabile di un centinaio di immigrati, di cui una trentina minorenni.

Pochi sono riusciti ad entrare in un centro d'accoglienza, tutti gli altri sono costretti a dormire dove possono. Ogni sera, dopo aver cenato nel piazzale di fronte alla stazione Ostiense (alcune parrocchie e vari gruppi volontari si alternano per improvvisare una mensa all'aperto), si spostano lungo i binari morti: qui, dopo avere recuperato coperte e tende che sono riusciti a nascondere, si riuniscono in gruppi di 10-15 persone - il pericolo di finire in mano a pedofili o trafficanti di organi è reale - e provano a riposare per qualche ora.

Non possono restare tutta la notte perché, a cadenza quasi giornaliera, arriva la polizia: se non ti sei già svegliato per raccogliere e nascondere le poche cose che hai, le forze dell'ordine le sequestrano e sgomberano il binario. Il giorno dopo si ricomincia da capo.

Al mio arrivo, la roulotte è assiepata da una folla di gente: sono i nuovi arrivati che, grazie al prezioso lavoro degli interpreti – giovani connazionali che hanno affrontato il loro stesso viaggio alcuni anni fa – possono raccontare la loro storia e ricevere spiegazioni e consigli.

Qui incontro Karim e Zakaria, due ragazzi poco più che maggiorenni.
Karim ha 19 anni e viene da Herat, nel nord-ovest dell'Afghanistan. Più che dalla guerra, Karim è scappato dal padre (di etnia Pashtun, mentre la madre è una Tagiki) che, fin da piccolo, lo ha sempre costretto al lavoro e alla preghiera a scapito della scuola e di qualsiasi svago.
Non solo, ma le percosse ricevute gli hanno lasciato lesioni interne che tuttora lo obbligano a recarsi regolarmente in ospedale. È arrivato in Italia il 12 settembre dopo un viaggio di quattro mesi attraverso Iran, Turchia e Grecia. È la tratta più percorsa non solo perché più breve ed economica, ma anche perché passare da nord, via terra, vorrebbe dire attraversare Serbia e Bulgaria, due Stati troppo militarizzati per avere buone probabilità di sfuggire ai controlli.

A Patrasso si è nascosto in un camion, poi imbarcato in una nave: destinazione Padova. Qui è stato fermato per la prima volta dalla polizia: l'hanno rilasciato subito dopo avergli dato il foglio di via, senza neanche spiegargli di cosa si trattasse. Il senso di quel rettangolo di carta lo ha compreso da sé quando, giunto a Roma, è stato portato nel C.I.E. di Ponte Galeria, dal quale è fuggito dopo due notti.
Ha da poco presentato domanda per la richiesta d'asilo ma, anche nel suo caso, come per la stragrande maggioranza degli afghani qui presenti, non è ancora stata fissata una data per la commissione. Ora Karim vive al Forlanini, un centro d'accoglienza vicino all'ospedale San Camillo. È contento di aver trovato un letto e un tetto per la notte, ma i servizi sono inadeguati: per mancanza di fondi, il centro è aperto solo dalle 19 alle 9 del mattino e può fornire soltanto cena e colazione; ci sono le docce, ma non il sapone e nemmeno la lavanderia. Durante il giorno i suoi ospiti sono costretti a stare per strada.

Zakaria è arrivato in Italia il 14 agosto seguendo lo stesso tragitto di Karim, anche se è arrivato a Venezia. É originario di Ghazni, a sud di Kabul, ed è di etnia Hazara. Di anni ne ha 20, ma il suo viaggio è iniziato quando ne aveva 10. Anche lui in fuga da un padre violento. Dopo la morte della madre non aveva più motivi per restare in Afghanistan, da qui la decisione di fuggire: insieme ad altri 11 amici della sua età, ha chiesto a dei trafficanti di portarlo in Iran, dove è rimasto più di 7 anni a cucire scarpe e borse per mettere da parte il denaro sufficiente per il resto del viaggio.

In Turchia, invece, c'è arrivato a piedi attraverso le montagne, camminando per mesi, di notte, con altre 100 persone. Dieci di loro scomparvero durante il tragitto. Zakaria non sa esattamente quanti soldi ha speso per arrivare in Italia, era troppo piccolo per capire. Adesso vive al Faro, un altro centro d'accoglienza di primo livello con politiche molto simili a quelle del Forlanini. Frequenta il corso di italiano insieme a Karim, con la speranza di riuscire a trovare un lavoro una volta imparata la lingua.

Mentre sto intervistando Karim e Zakaria, arriva un ragazzo disperato con un pezzo di carta in mano. È il foglio di via che gli ha appena rilasciato la questura: ha poco più di 15 anni, ma è stato riconosciuto come ventiseienne e non ha i documenti per provare la sua età. Probabilmente verrà espulso.                    
In effetti, un particolare che cattura subito l'attenzione è l'aspetto fisico di questi ragazzi: dimostrano il doppio dell'età che hanno. Quando lo faccio notare, l'interprete mi risponde: “è vero, è la strada che ci fa invecchiare in fretta”.

03 | 12 | 2010 - La giornata dei colori

Gli operatori dello sportello informativo per i minori afgani ci raccontano un pomeriggio di svago con i ragazzi

Sabato 27 novembre abbiamo programmato un’attività un po’ diversa per i ragazzi che frequentano il nostro sportello. Abbiamo pensato di farli esprimere attraverso la pittura e l’iniziativa ha riscosso un successo inaspettato. Il gruppo era composto da 18 ragazzi e la volontà di partecipare ha superato anche le difficoltà logistiche causate dalle lunghe distanze e dalla manifestazione della CGIL che sabato mattina partiva proprio da Piazza dei Partigiani.

Oltre ai minori di transito che attualmente dormono alla stazione Ostiense, erano presenti anche i ragazzi che conosciamo da mesi e che abbiamo seguito durante l’inserimento nei centri di accoglienza. Tra questi Ali, arrivato da Tarquinia, Zaman partito da Torre Maura, e Ruholla  che da molto tempo non frequentava lo sportello.
Ad ospitarci è stata una Onlus che gestisce un casale immerso nel verde, a due passi da Ostiense. La giornata è iniziata con la colazione a cui i ragazzi hanno partecipato entusiasti ma allo stesso tempo con molta educazione e rispetto. Seduti in cerchio hanno aspettato pazientemente il proprio turno per essere serviti.
Con la pancia piena è stato più semplice iniziare l’attività, quindi dopo aver predisposto il tavolo per la pittura, Sandra, la volontaria che ci ha aiutato durante questa giornata, con l’aiuto di Hossein, il nostro mediatore, ha iniziato a spiegare alcune tecniche di disegno e di utilizzo dei colori.

Un paio di ragazzi sembrava non volessero prendere parte alle attività, ma sono bastati 10 minuti per far cambiare loro idea. L’unico a rimanere in disparte è stato Zacaria, ragazzo molto sensibile e particolare che seguiamo da tempo. Non sembrava in difficoltà, forse aveva solo bisogno di distinguersi, così è andato a cercare dei pennarelli e in disparte ha cominciato a disegnare. Ogni tanto ci chiamava per farci sentire che anche lui faceva parte del gruppo.
Ruholla ci ha confessato che il motivo principale che lo ha tenuto lontano da Piramide negli ultimi tempi era la necessità di distaccarsi dai ricordi del suo passato migratorio e dalle difficoltà che ha dovuto affrontare durante i primi tempi in Italia. Ci ha fatto piacere sapere che la voglia di rivederci è stata più forte.

L’impegno e l’entusiasmo hanno fatto da cornice alla mattinata; grazie all’ingegno del mediatore e di alcuni ragazzi, siamo riusciti a collegare le casse ad un cellulare e magicamente nella grande stanza si è diffusa una bellissima musica persiana.

Alcuni hanno dipinto la ragazza ideale, quella che forse un giorno incontreranno; Ali, uno dei nostri affezionati, mi ha fatto un ritratto; Karim ci ha regalato un cuore grande e intenso; altri hanno disegnato la loro auto preferita. Non sono mancati richiami all’Afghanistan: un ragazzo ha disegnato un bellissimo paesaggio della sua amata terra, altri hanno utilizzato i colori della propria bandiera. Infine c’è stato qualcuno che indeciso sul soggetto ha preferito utilizzare alcune immagini distribuite da Sandra.

A fine giornata abbiamo raccolto tutti i disegni per esporli nella nostra roulotte, che piano piano sta diventando contenitore e vetrina di frammenti di storie e ricordi dei ragazzi passati a trovarci.
Tutti hanno aiutato a pulire ed a rimettere ogni cosa esattamente dov’era. Non c’è neanche stato bisogno di chiedere, nel giro di pochi minuti tutto era pulito e ordinato.

E’ stata una giornata particolare e i ragazzi hanno avuto l’opportunità di trascorrere un po’ di ore in serenità. Prima di andare via, molti di loro hanno trascorso parecchio tempo davanti al lungo specchio nella sala… chissà da quanto tempo non avevano avuto la possibilità di specchiarsi. Altri, quando si sono accorti di avere un bagno con sapone e acqua fresca a disposizione, ne hanno approfittato per avere un po’ di tempo da dedicare a sé stessi.
Molti guardavano impazienti e fiduciosi i cornetti al cioccolato e i datteri che stavamo distribuendo. Purtroppo poche ore di serenità non cambiano la loro condizione. Una semplice colazione, uno specchio o una doccia rimangono per loro un lusso.

03 | 12 | 2010 - Dal baratro della droga all'amore per la vita

Ali Mohammadi è nato a Kabul il 5 febbraio 1990. Durante la guerra civile lui e la sua famiglia si sono trasferiti in Iran.

Qui il piccolo Ali ha studiato per qualche anno, ma ben presto ha iniziato a lavorare come sarto. All’età di 13 anni purtroppo ha avuto un incidente, in seguito al quale ha dovuto trascorrere 3 mesi a casa senza poter camminare. Qui la sua vita è cambiata; visto che le medicine non sedavano abbastanza il dolore del piede, ferito durante l’incidente, il ragazzo ha iniziato ad ingerire l’oppio insieme al tè, dando inizio alla sua storia di dipendenza.
Nei mesi successivi Ali ha iniziato a fumare oppio, hashish ed eroina; in seguito è passato all’uso di siringhe.

Negli anni la sua dipendenza da sostanze stupefacenti gli ha creato non pochi problemi; la sua vita era diventata davvero complicata, così ha deciso di partire per l’Europa. Il suo viaggio è durato diversi mesi; prima in Turchia dove ha continuato a fumare l’oppio, poi in Grecia dove ha vissuto per un periodo e dove non trovando l’oppio è tornato a fare uso di eroina.
Un mese fa è arrivato in Italia. Grazie a Jamaden ha trovato L'Albero della Vita; così è iniziato il suo percorso di disintossicazione.
Oggi si trova a Villa Maraini, nel frattempo lo abbiamo aiutato a richiedere asilo e tra pochi giorni sarà trasferito al CEIS, dove inizierà una terapia più adeguata.

Ora Ali ci dice che è tornato ad amare i raggi di sole sul viso, vuole iniziare una nuova vita, stare bene, lavorare e imparare l’italiano. La strada è ancora lunga, ma al ragazzo la determinazione non manca.

17 | 11 | 2010 - M. Ahmad, ogni giorno da noi con fiducia

Gli operatori dello sportello informativo per i minori afgani ci raccontano la storia di M. Ahmad

M. Ahmad è una nostra vecchia conoscenza. Il ragazzo si era rivolto al nostro sportello a gennaio e in quell?occasione gli avevamo dato un supporto legale ed un orientamento sul territorio. A distanza di tempo il ragazzo si è rivolto nuovamente a noi per chiedere aiuto.

La sua storia è lunga e complicata. M. Ahmad arriva in Italia il 10 ottobre 2010. Viene portato nel CARA di Crotone dove scappa dopo un giorno per andare in Germania.
Arriva ad Amburgo; viene fermato dalla Polizia e portato a Dortmund. Qui inoltra la domanda d?asilo e viene sistemato in un centro. Nonostante lui si presenti come minore, non viene disposta alcuna visita medica.
Resta 3 mesi in Germania, poi viene rispedito in Italia perché qui sono state rinvenute le sue impronte.

Nel gennaio 2011 entra in contatto con gli operatori de L'Albero della Vita, grazie ai quali viene sistemato nel centro Bao Bab di Roma, messo a disposizione dal Comune nell?ambito del Piano Emergenza Freddo. Riesce a farsi spedire via e-mail il suo documento d'identità dall?Afghanistan, secondo il quale avrebbe 17 anni.

Dopo il periodo trascorso al Bao Bab (forse 2 settimane), tenta di nuovo di andare in Germania, stavolta a Francoforte. Vengono di nuovo ritrovate le sue impronte in Italia quindi viene messo in un centro tipo CIE dove resta per circa due mesi. Tenta un ricorso con un avvocato che peré non ha un buon esito, quindi viene respinto di nuovo verso l?Italia.

Una volta arrivato a Roma viene emesso un foglio di espulsione ed è in questa seconda occasione che si rivolge di nuovo a noi?sfinito sia psicologicamente che economicamente.
Abbiamo così attivato tutte le procedure legali e sanitarie di accoglienza qui in Italia, tuttora in corso di approvazione.

Il ragazzo viene a trovarci ogni giorno. Il nostro rapporto di fiducia è ormai sempre più solido.

10 | 11 | 2010 - Alessandro, una nuova amicizia

Lorena, operatrice nel progetto di sostegno ai minori afgani, ci racconta l'incontro con Alessandro

Lo sportello di supporto per i minori afgani è stato il crocevia di tanti pezzetti di vita negli ultimi mesi: di eventi e aneddoti da raccontare ce ne sono veramente molti, allegri e tristi, divertenti e spiacevoli, da ricordare e da dimenticare.

Una delle persone che ho incontrato e che mi ha colpito è Alessandro e, come è chiaro dal nome, non è un ragazzo afgano, nè un richiedente asilo.
Alessandro è una persona dal viso vissuto e gli occhi luminosi e gentili; in passato era un senza fissa dimora con problemi di alcolismo, la sua esistenza era precaria e non riusciva a trovare la forza per cambiare la propria condizione. Questo periodo è stato piuttosto lungo, ma un giorno qualcosa è scattato dentro di lui: ha recuperato la voglia di lottare e riscattare la sua vita annientata dall’alcool. Un ruolo determinante in questo cambiamento lo ha avuto la Comunità di Sant’Egidio e in particolare Nino, un operatore che è stato al suo fianco nei momenti più bui, accompagnandolo verso la fine del tunnel.
Ora la sua vita è diversa, non beve più, si è tolto dalla strada ed ha anche comprato una “macchinetta”, come dice lui.

La prima volta che è venuto a trovarci ha portato un estintore, con tanto di revisione. Non ha voluto presentarsi, ci ha semplicemente chiesto se poteva esserci utile e non si è fatto neanche ringraziare: andando via di corsa, dicendo che ci capiva e in qualche modo voleva manifestare il suo sostegno.
A distanza di qualche giorno è tornato, stavolta si è presentato e brevemente mi ha raccontato la sua storia; poi indicando la roulotte mi ha chiesto “anche tu dormi qui dentro?”.
Sorridendo gli ho detto che si trattava dell’ufficio de L'Albero della Vita e gli ho spiegato gli obiettivi del nostro lavoro.

Dopo aver ascoltato la mia storia ha deciso di aiutarci in qualche modo e se troverà vestiti e oggetti utili da donarci, lo farà con piacere. Ha lasciato un borsello per i ragazzi, dicendo che conosce alcune persone di Sant’Egidio ed è sicuro che anche loro possono fare qualcosa per noi. “Il signor Nino ha fatto tanto per me, prendi il suo numero e digli che te lo ha dato Alessandro!”, mi ha detto con entusiasmo.

Prima che se ne andasse per la sua strada gli ho detto che sono molto contenta del cammino che ha fatto e che è bello sapere che lì fuori, tra chi non conosciamo, c’è qualcuno che ci sostiene e che ha voglia di aiutarci in maniera incondizionata.
Grazie a quest’uomo dal sorriso dolce.

03 | 11 | 2010 - Abdullatif, una accoglienza mancata

Abdullatif - 16 anni - Ghazni

“Qui in Italia pensavo di essere accolto, invece mi hanno sbattuto la porta in faccia”: Abdullatif è arrivato nel nostro Paese da Patrasso, nascosto in un camion. La sua è una storia triste, di speranze tradite e aspettative disilluse. E di una politica che tende più a respingere che ad accogliere.

Sono arrivato da Patrasso in un camion: il viaggio è durato trenta ore. Non so bene dove siamo arrivati, ma dopo la dogana il camion non si è fermato, continuava a correre. Allora per curiosità abbiamo tolto lo scotch che teneva uniti i due pezzi del telo sotto cui eravamo nascosti e il telo si è completamente sganciato ed è volato in strada. I conducenti delle macchine hanno chiamato
la polizia e il camion si è fermato. Quando la polizia è arrivata ci ha picchiati, e siamo finiti in ospedale dove ci hanno misurato la pressione e preso le impronte digitali.

Io sono stato portato in una comunità e il mio amico in un altro centro per adulti: ci avevano identificati come maggiorenni, ma questo non lo avevo ancora capito. In comunità c’erano ragazzi di diverse nazionalità che litigavano spesso, lì dentro mi sembrava di impazzire, stavo diventando anche io aggressivo e non mi piaceva. Così sono scappato.

Sono scappato e ho camminato fino a trovare una stazione, da lì ho preso il treno per Roma, e poi l’autobus per Ostiense. Non volevo restare in Italia ma avevo pochi soldi, così ho deciso di andare alla polizia per tornare in un centro di accoglienza. Un’associazione mi ha accompagnato al commissariato, ma qualcosa non deve essere  andata bene: dopo che le persone dell’associazione sono andate via i poliziotti mi hanno portato in ospedale, per poter fare un esame (che alla fine non mi è stato fatto) e dopo al carcere di Rebibbia per una notte.

Non ho capito il motivo: so soltanto che sui miei documenti ora c’è scritto che sono maggiorenne e quindi devo presentarmi in questura per richiedere asilo. Pensavo di ricevere un’accoglienza e ho avuto una porta in faccia.”

13 | 10 | 2010 - Ali, la lunga marcia verso la Danimarca

Ali - 13 anni - Ghazni

Ali è un ragazzino magro, dagli occhi limpidi, sembra si spezzi al solo guardarlo. “Mi chiamo Ali e ho 13 anni, sono afgano del distretto di Ghazni. Ho due fratelli, uno in Afghanistan e l’altro in Danimarca: ho deciso venire in Europa per raggiungerlo. Sono partito due mesi fa, perché volevo aspettare la fine della scuola. In Grecia mi ha ospitato un conoscente, e da lì in Italia sono arrivato
da solo, su un camion
. Quando sono sceso ho camminato fino alla città più vicina, stavo sul bordo della strada, ma la polizia si è accorta di me emi ha portato in commissariato e poi a casa di una famiglia.

Erano tutte brave persone ma non riuscivo a comunicare con loro, negli incontri ufficiali c’era sempre il tajman, il “traduttore”, che mi aiutava a dire le cose più importanti. Continuavo a pensare a mio fratello e alla Danimarca, così una sera, mentre tutti dormivano, sono fuggito. Ho fatto il biglietto del treno e sono partito per Roma. Mi spiace tanto aver lasciato quelle brave persone senza dire niente, ma non voglio tornare indietro. Sto aspettando che mi arrivino un po’ di soldi per  continuare il viaggio. Non voglio fermarmi”.

17 | 09 | 2010 - Il sogno di Akram

Akram ha 15 anni, è arrivato in Italia da due settimane, da solo. La famiglia, genitori e un fratello, sono rimasti in Afghanistan. Ha lasciato il paese perché non aveva la possibilità di studiare, mancavano soldi e sicurezza. Non vuole fermarsi a Roma, vorrebbe andare in Germania o Svezia anche se in questi paesi non ha né amici né conoscenti.

Sapeva quello che avrebbe trovato a Roma, era stato avvisato dalle persone incontrate in viaggio. Vive in tenda con un’altra persona e, anche per lui le maggiori difficoltà al campo sono date dalla mancanza di acqua e del bagno, dall'impossibilità di lavare i vestiti.

Non sa quando andrà via, sta aspettando dei soldi dalla famiglia. Vuole andarsene perché ci sono tanti problemi al campo, la vita è difficile, non riesce a dormire con tranquillità perché deve condividere gli spazi con tante altre persone. Durante il giorno si sposta in giro per Roma per mangiare, anche se ha paura di incontrare i controllori sull'autobus perchè non ha i soldi per pagarsi il biglietto. Si sente solo.

Se riesce a rimanere in italia e ad avere il permesso di soggiorno vorrebbe studiare e trovare anche qualche lavoro: gli piacerebbe fare il commesso, o il barista o il pizzaiolo.
Il suo sogno è diventare calciatore perchè così è sicuro di guadagnare abbastanza per aiutare anche la sua famiglia.

03 | 07 | 2010 - Il lungo viaggio di Jawad

Jawad (16 anni) è arrivato in Italia, a Roma, da due mesi, completamente solo. Ha lasciato in Afghanistan la famiglia (i genitori e un fratello più piccolo) ed è partito quando aveva solo 12 anni e mezzo. La famiglia non era d’accordo, non voleva che partisse però lo hanno aiutato.

Il viaggio di Jawad è stato lungo, il percorso quello più "semplice" utilizzato da tutti gli afghani che scappano dal loro paese: Iran, Turchia, Grecia e poi Italia. Si è fermato in Grecia 3 anni e mezzo, vivendo ad Atene in un albergo gestito da un amico afghano e pagando 2 o 3 euro a notte. Poi si è spostato a Patrasso ed infine in Italia. Sapeva già che a Roma avrebbe abitato in un campo, in tenda: molti connazionali incontrati in Grecia l'avevo avvisato. 

In questi due mesi a Roma non è riuscito a trovare un lavoro nè una sistemazione, durante il giorno va in giro e la sera torna al campo. La maggiore difficoltà al momento è il fatto di dover vivere in una tenda, con altri, in qualsiasi stagione. Quando piove entra l’acqua nelle tende e non riesce a dormire. Con l'arrifvo del caldo il problema principale è quello della mancanza di acqua, devono spostarsi per chiederla ad un Internet Point a qualche chilometro di distanza.

Non ha ancora deciso se rimanere in Italia o andare in un altro paese, gli piacerebbe spostarsi in Svizzera: sta aspettando dei soldi promessi da un parente in Afghanistan, se arrivano pensa di partire, altrimenti deve rimanere in Italia.


09 | 06 | 2010 - Suiman spera di riunirsi con la sua famiglia

Suiman - 15 anni - Kandahar

Suiman sembra un uomo nei modi quasi ostentati, da adulto, ma è solo un ragazzo con una storia che parla di un mondo lontano e di una città polverosa al confine con il Pakistan. E’ arrivato a Roma Ostiense da Kandahar - “A dieci ore di distanza da Kabul. Non è così distante ma le strade non sono come qui in Italia e ci vuole tanto per  raggiungerla”.

La sua storia è quella di molti ragazzi migranti afgani in fuga dalla guerra.
"Ho studiato fino a 13 anni, poi non ho potuto continuare: durante le ore di lezione si sentivano le bombe dei Talebani esplodere. Era difficile vivere in questa situazione, così sono scappato dall’Afghanistan in Iran insieme alla mia famiglia: mio padre, mia madre e mia sorella di otto anni. Lì però non puoi studiare se sei immigrato: rilasciano solo un permesso lavorativo, una scheda rossa che dà diritto di lavorare. Per due anni ho fatto il meccanico insieme a mio padre mentre mia madre, casalinga, andava a scuola (lei può farlo) per imparare a leggere e a scrivere in dari. Le piace molto studiare, ma in Afghanistan sotto ai Talebani le donne non potevano andare a scuola.

Io non ero contento in Iran, perché volevo un futuro migliore: il mio sogno è diventare ingegnere aerospaziale e vorrei tanto completare gli studi per poi fare questo lavoro nel mio Paese. Così da Teheran sono partito per l’Italia. Ci ho messo un mese: ho attraversato la Turchia in macchina e poi la Grecia dove ho aspettato due settimane per arrivare in Italia in un camion di arance dove c’erano molte altre  persone, anche una signora con un figlio. E’ stato un lunghissimo viaggio, stavamo tutti in silenzio per paura di essere scoperti. Se non ci fossero state le arance saremmo morti di fame. Quando siamo arrivati e sono uscito dal camion mi facevano male gli occhi, non ero più abituato alla luce.

Non so in che città ci siamo fermati, forse Venezia. Eravamo in quattro: io, un amico e la signora con il bambino. Giravamo per la città senza sapere cosa fare, cercando la stazione. Fino a quando la polizia ci ha fermati chiedendoci i documenti: noi non li avevamo, così ci hanno portati in un centro di prima accoglienza. Ma dopo 48 ore in comunità io e il mio amico abbiamo deciso di scappare: siamo usciti per una passeggiata e non siamo più tornati. Abbiamo preso un treno per Roma, dove abbiamo raggiunto la comunità afgana all’Ostiense.

Adesso so soltanto che non vorrei restare in Italia, non mi piace. Voglio andare dove posso trovare un lavoro e non dormire più per strada. Non conosco altri Paesi europei, ma cercherò di scoprirli per trovare  un posto dove avere una vita migliore e portare lì anche la mia famiglia."
 


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