Sostegno ai migranti del centro di Tarek al Matar

Sostegno ai migranti del centro di Tarek al Matar2018-08-29T08:39:24+00:00

Descrizione del progetto:

Approfondimento sul contesto dei centri di detenzione governativi libici e i risultati del progetto

Il Centro di Tarek Al Matar: le condizioni in cui vivono i migranti detenuti

Tarek al Matar è uno dei 33 centri di detenzione governativi libici. Una struttura alle porte di Tripoli, nei pressi della strada che porta all’aeroporto della capitale. Il centro è attivo dall’agosto 2016 ed è gestito dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Il Dipartimento dipende dal Ministero dell’Interno libico, che tuttavia ha poca autorità o controllo sui centri, lasciando largo margine per abusi e violazioni dei diritti umani. È doveroso sottolineare una sostanziale differenza tra questi centri in capo alle autorità libiche e i centri illegali gestiti dalle milizie, dove non c’è nessuna possibilità di controllo sulle condizioni di detenzione dei migranti.

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Gli operatori locali nelle prime visite al centro, durante la fase di formulazione del progetto, hanno riscontrato condizioni di detenzione ancora molto lontane dagli standard umanitari internazionali.

Il centro può contenere fino a 3000/4000 persone. Il flusso di migranti però è molto variabile, di settimana in settimana, aumentano o diminuiscono le persone presenti. Ci sono 7 stanze e uomini e donne sono separati, 3 stanze con latrine e un cortile sono destinate agli uomini; le restanti 4 con altrettante latrine e un altro cortile sono per le donne e i bambini. I materassi sul pavimento sono i loro letti.

Un progetto realizzato dal consorzio di ONG italiane CEFA, CIR Consiglio Italiano per i Rifugiati e Fondazione L’Albero della Vita, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. 

I detenuti ricevono tre pasti al giorno, forniti da un’impresa esterna, si tratta di cibo poco nutriente che non riesce a soddisfare il fabbisogno calorico delle persone detenute, inoltre a causa del sovraffollamento le razioni sono molto scarse e mancano stoviglie. La situazione è particolarmente difficile per le madri con bambini lattanti. I neonati e i bambini fino a due anni hanno bisogno del latte in polvere, poiché molte donne non hanno abbastanza latte perché malnutrite. Oltre al cibo mancano i materassi e i vestiti, scarpe e coperte e altro abbigliamento invernale. I migranti inoltre non hanno accesso regolare all’acqua potabile.

Le latrine non erano in condizioni dignitose, senza le porte e senza l’acqua calda. L’assenza di un sistema di ventilazione e le frequenti interruzioni di elettricità (soprattutto durante le giornate più calde la temperatura raggiunge anche i 45°) contribuiscono ulteriormente a peggiorare l’ambiente e le condizioni di vita dei migranti.

Le condizioni di salute dei detenuti sono monitorate molto superficialmente al loro arrivo nel centro, tuttavia molte persone necessitano di cure specifiche per problemi cronici quali il diabete, o la pressione alta, ma anche per problematiche insorte lungo il loro viaggio (problemi alla pelle, problemi di vista o di udito). Non meno urgente è l’assistenza piscologica, di cui hanno bisogno adulti e bambini dopo i traumi subiti durante il lungo viaggio.

Pur essendo di nazionalità diverse e avendo tutti la loro particolare storia, i migranti sono accomunati da un’esperienza di viaggio estremamente difficoltosa e traumatica. Tanti sono consapevoli dei rischi che comporta arrivare in Libia, dove l’immigrazione è considerata un reato, tuttavia sono pronti a correre il rischio. All’interno del centro non ci sono né la connessione internet, né un servizio telefonico. Solo se i migranti sono in possesso di un telefono, e se hanno il credito sufficiente, possono mettersi in contatto con i loro cari. Sono i responsabili del centro, a volte, a prestare i propri cellulari per far comunicare i migranti con le loro famiglie.

Non ci sono televisioni, o giornali, l’isolamento di queste persone è spezzato dalle visite degli operatori delle ONG, delle agenzie Onu e dei rappresentanti delle ambasciate dei paesi di provenienza. Questi ultimi supportano i migranti per le pratiche per il ritorno volontario.

Il ritorno volontario nel paese di origine è una delle opzioni offerte ai migranti per uscire dai centri di detenzione, generalmente è gestita dall’IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) che si coordina proprio con le ambasciate nazionali ed è una pratica che può durare alcune settimane.

In alternativa le opzioni che le persone hanno per uscire dai centri di detenzione sono:

  • l’espulsione in Paesi con i quali la Libia ha istituito accordi formali, per esempio l’Egitto;
  • lo spostamento in Paesi Terzi gestito dall’UNHCR, che purtroppo viene preso in considerazione solo per casi particolarmente vulnerabili;
  • la possibilità di rimanere legalmente in Libia per ragioni lavorative, questo può accadere solo se c’è un’esplicita richiesta di forza lavoro da parte di datori di lavoro libici.

Il progetto: descrizione e risultati raggiunti fino ad oggi

A fronte di questa situazione e spinte dalla volontà di fornire assistenza alle persone detenute, le ONG del Consorzio hanno avviato a gennaio 2017 il progetto “Sostegno ai migranti del centro di Tarek al Matar e alla comunità ospitante” con l’obiettivo primario di aumentare il livello di protezione della popolazione migrante nel centro di detenzione di Tarek al Matar.

Per fare ciò il Consorzio, in collaborazione con l’associazione IOCS, ha strutturato attività volte da un lato a portare aiuti umanitari indispensabili per la popolazione del centro di detenzione con:

  • distribuzione di cibo e beni di prima necessità,
  • ristrutturazione dei servizi igienici, che versavano in condizioni non dignitose e
  • assistenza psicosociale per i soggetti più vulnerabili.

Dall’altro lato l’intervento ha interessato le persone coinvolte nella gestione del centro in attività di formazione, con la convinzione che per ottenere un cambiamento effettivo è necessario coinvolgere, ad ogni livello anche gli attori libici, come i responsabili del centro e le guardie.

Il personale del centro è stato coinvolto in formazioni su:

  • gli standard di gestione delle strutture in rispetto dei principi internazionali,
  • i principi di child protection e,
  • la resilienza dei soggetti più vulnerabili, in particolare dei bambini e le loro mamme.

Infine una terza componente del progetto ha interessato il Tripoli Medical Centre, struttura ospedaliera della capitale afflitta da una pesante carenza di medicinali e apparecchiature mediche e diagnostiche. Tale carenza si ripercuote non solo sulla salute dei migranti, che in caso di emergenza vengono portati li, ma anche sulla salute della popolazione cittadina e di tutte quelle persone provenienti da altre regioni, e che solo a Tripoli possono auspicare di trovare strutture sanitarie adeguate.  In particolare il progetto ha fornito presidi medici ginecologici (garze, forbici e cesoie mediche, fili per suture, siringhe, un elettrocardiografo, due cateteri, due ecografi, quattro monitor fetali, strumenti chirurgici per episiotomia) per il reparto materno-infantile, che ospita ogni giorno 400 donne ospedalizzate e fornisce diagnostica e follow up neonatale, e nel mese di luglio distribuirà ulteriori presidi medici e medicinali.

Dal 12 marzo al 25 giugno sono stati distribuiti 910 pacchi di biscotti secchi per bambini, 423 pacchi di succo di frutta, zucchero di canna e vari tipi di legumi (ceci, fagioli rossi, piselli, lenticchie) per un totale di 1680 kg, 97 kit igienici per bambini (sapone shampoo e oli) 60 pacchi di pannolini, 60 kit di vestiti per bambini, 2000 magliette per uomini, 1400 paia di scarpe e 3.800 capi di biancheria intima per uomini e donne.

Inoltre sono stati ristrutturati i servizi igienici del centro, i lavori hanno interessato la sostituzione delle tubature, l’acquisto di nuove porte e nuove caldaie, oltre all’acquisto di un nuovo generatore elettrico, per garantire sempre l’elettricità. A partire dal mese di giugno, degli autospurgatori si recano regolarmente presso il centro per aspirare le tubazioni e tentare di risolvere il problema riscontrato di occlusione della rete fognaria.

Grazie alla collaborazione con International Medical Corps (IMC) è stata garantita in questi mesi la fornitura di assistenza sanitaria attraverso un ambulatorio sempre aperto all’interno del centro. In particolare il Consorzio ha fornito attrezzature per visite ginecologiche (elettrocardiografo, sonda ecografica, un monitor fetale, una poltrona ginecologica, un letto ospedaliero e un letto da parto), IMC affitta l’ambulanza per i casi urgenti che richiedono il trasferimento all’ospedale.

Con cadenza bisettimanale sono state realizzate attività volte al sostegno psicosociale ai soggetti più vulnerabili, in particolare ai bambini e alle mamme

Attraverso semplici giochi quali tiro alla fune, staffette di corsa, basket, calcio, i piccoli partecipanti hanno messo in atto dinamiche tese a risanare le profonde ferite impresse in loro a causa dei traumi che sono stati costretti a subire. Le attività ludiche hanno infatti stimolato e incoraggiato la crescita della loro autostima, il senso di squadra, il rispetto delle regole, la creatività e la soddisfazione di una vittoria condivisa.

Tali attività vengono svolte sia all’aperto, nel cortile del centro, sia in uno spazio coperto, un child friendly space, appositamente realizzato dal progetto. Si tratta di uno spazio attrezzato con giochi, giocattoli, materiale per attività artistiche nel quale i bambini si sentono protetti e possono giocare.

A partire dal terzo di questi incontri di gioco, gli operatori in loco hanno registrato un considerevole aumento della partecipazione dei bambini e delle loro mamme nelle attività, assumendo essi stessi un ruolo attivo e propositivo.

A quest’ultima attività è strettamente legato il lavoro di formazione per il personale di progetto e per le guardie del centro, svolto con la collaborazione dell’Unità di Ricerca sulla Resilienza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Invece di focalizzarsi solo su problemi e fragilità e sulle modalità per compensarle, è importante guardare a risorse e punti di forza e riflettere su come impiegarle e valorizzarle” Questo il cambiamento di prospettiva suggerito e attuato dalle psicologhe del RIREs durante gli incontri a cui hanno partecipato 36 persone.

In particolare le sessioni di formazione sulla resilienza sono state organizzate per il personale di progetto e l’associazione locale ESSAFA, che svolge le attività con mamme e bambine. Questa formazione si è incentrata sul modello di intervento formativo “Tutori di resilienza”, ruolo che gli operatori devono svolgere nel centro di Tarek El Matar, nelle attività di supporto psicosociale, in particolare con i minori.

Una seconda parte formativa ha coinvolto i responsabili e alcune guardie del Centro di Tarek El Matar ed era incentrata sulla risoluzione di conflitti e protezione dei diritti umani in ambito istituzionale. Con tecniche piuttosto innovative che afferiscono alla psicologia, alla psicoanalisi e alla “mindfulness”, sono stati forniti degli “strumenti” psicologici che permettono di gestire situazioni di grande stress e conflittualità senza ricorrere alla violenza e tenendo sempre in considerazione il rispetto minimo dell’essere umano e dei suoi diritti. Fra i temi affrontati nelle formazioni con le guardie anche gli scenari per possibili soluzioni sostenibili dei flussi migratori.

Le motivazioni alla base dell’intervento umanitario

Le organizzazioni che formano il Consorzio si sono attivate nell’ambito del bando del Ministero degli Affari Esteri “Iniziativa di emergenza a favore della popolazione dei centri migranti di Tarek Al Sika, Tarek Al Matar e Tajoura in Libia” nella consapevolezza del dramma che vivono i migranti che transitano in Libia. Un dramma che si sta consumando da anni a partire dalle estreme difficoltà che intere popolazioni stanno vivendo a causa della povertà, delle guerre, di regimi oppressivi e di cambiamenti climatici in Africa e Medio Oriente. Un dramma che si manifesta, con effetti più visibili alla popolazione italiana, nel Mediterraneo e nelle tratte europee, ma che vive momenti di grande profondità nei tanti paesi di provenienza e transito.

La volontà che ha spinto il Consorzio ad attivare questo intervento è quella di dare immediato soccorso alle persone che stanno vivendo condizioni disumane all’interno dei centri di detenzione libici. Questo soccorso non è derogabile, rimandabile o mitigabile.

In conformità ai principi della Carta Umanitaria occorre intervenire per alleviare le sofferenze di persone che vivono in condizioni terribili, tra cui donne e bambini, con la consapevolezza che questo intervento per dare il diritto alla protezione e alla sicurezza si inserisce in azioni internazionali e necessita di sforzi congiunti, che non possono provenire solo dalla società civile ma devono interessare anche le istituzioni nazionali, europee e internazionali.

PROGETTO TERMINATO

Dettagli dell'intervento:

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